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Il 23 maggio di trent'anni fa Cosa Nostra faceva saltare una bomba sistemata sotto una carreggiata dell'autostrada A29, all'altezza dell'uscita di Capaci. Un attacco contro un uomo delle istituzioni, fatto non curandosi dei "danni collaterali", con deliberata arroganza, purtroppo non il solo in quegli anni. L'attentato a Giovanni Falcone, così come quello a Paolo Borsellino poche settimane dopo, furono però la scossa a una società che le mafie volevano piegata, e che invece da allora ha radicato dentro di sé la contrarietà alla criminalità organizzata. Le mafie non sono ancora sconfitte, ma sono molto più braccate, e questo lo dobbiamo a persone come Falcone e Borsellino, a tanti altri magistrati, a tanti giornalisti, a tanti agenti di scorta e alle famiglie di tutti questi, che hanno messo a rischio la propria serenità, la propria libertà e spesso anche la propria incolumità e la propria vita.

La libertà, la democrazia e la sicurezza pubblica non sono conquistate una volta per tutte, ma richiedono una costante vigilanza.

Le giornate di commemorazione come questa servono a ricordarci cosa si paga quando questa vigilanza manca.